"...fintantochè nell'alpinismo si manifestano fantasia, idealità e bisogno di conoscenza, quest'ultima rivolta soprattutto al proprio intimo, esso rimarrà vivo." WALTER BONATTI
I sentieri dedicati al beato Pier Giorgio Frassati sono presenti in tutta Italia e sono nati per ricordare questo personaggio, amante della montagna e socio CAI.
Quello della Val Maira è un anello che parte dalle sorgenti del torrente omonimo (Maira) e ha come punto culminate il Passo della Cavalla a 2539 metri.
La nostra partenza è in ritardo rispetto alla tabella di marcia ottimale, e riusciamo ad incamminarci solo alle 10:00 tutta "colpa" della corsa ciclistica "Fausto Coppi". Il nostro giro segue il senso antiorario e comincia con una facile mulattiera che sale molto adagio prima completamente dritta e poi a tornanti fino ad arrivare alla Grangia Pausa.
Da qui si abbandona il sentiero S16 che conduce al Colle del Sautron e, tenendosi sulla sinistra del vallone, si prosegue sul S17. Questo tratto si snoda su verdissimi prati sui quali l'effetto del vento creava giochi simili alle onde nel mare. Da qui crediamo di scorgere il Passo della Cavalla (questa è la prima di 3 volte) e la "voglia-di-vedere-cosa-ci-sta-di-là" ci fa aumentare il ritmo.
Eccolo il finto colle! Noi ne approfittiamo comunque per goderci il panorama e scattare alcune foto...
...sul sentiero appena percorso...
...ai partecipanti...
...all'ultimo tratto percorso...
...e al complesso Castello-Provenzale.
Ripartiamo e dopo circa 10 minuti siamo ad una croce di cui non si trovano grosse informazioni su cartine e internet.
Prima del Passo della Cavalla tocchiamo quello di Fea a 2493 metri.
Mancano pochi metri all'arrivo che ci siamo prefissati, e anche al pranzo!
Sul colle si trovano i resti di un fortino, utilizzati da noi e da altre persone come riparo anti-vento durante la sosta.
Guardandoci attorno scopriamo una traccia che sale su una montagna, il monte Soubeyran a 2701 metri. La voglia di faticare è ancora presente e allora...via!
Come si vede nella foto siamo saliti da un lato e scesi dalla cresta opposta fino a ritrovare il sentiero poco prima del Lago di Apzoi. Nella discesa abbiamo dovuto lottare contro un fortissimo vento trasversale proveniente dalla Francia. Ecco il panorama di vetta....
Come già detto scendiamo su cresta fino a ricongiungerci col sentiero Frassati prima del Lago di Apzoi.
Nella foto la traccia di discesa.
Il bivacco Bonelli
Sopra e sotto il lago alle pendici del Monte Oronaye 3100 metri
Il tratto di anello mancante (la discesa fino alle sorgenti del Maira) si sviluppa in una bella valletta molto simile a quelle dolomitiche per le pareti che la sovrastano e la vegetazione presente. In fondo ad essa si trova il Lago Visaisa, dal quale mancano ancora una trentina di minuti al'arrivo.
Dopo un periodo avaro di soddisfazioni dal punto di vista alpinistico, causa le poche gite e una rinuncia alla Punta Roma per la troppa neve ancora presente...
...ripartiamo (sempre alle 5:00) per una destinazione nuova sia per me che per Flavio: Punta Maladécia.
Questa cima domina sul Vallone di Sant'Anna e prende il nome dalla parola provenzale Maledécho = maledetto.
Iniziato l'ultimo tratto di strada verso il Colle della Lombarda si prosegue per circa un chilometro fino ad arrivare ad un tornante in cui lasciata l'auto si prosegue a piedi.
La prima parte del percorso (10 minuti) obbliga ad attraversare più volte il ruscello e a camminare in mezzo ad una folta vegetazione costituita in gran parte da Urtica dioica.
Oltre si prosegue praticamente sulla verticale che scende dall'attacco del canalino.
Questo è un tratto ricco di detriti e molto instabile quindi bisogna fare attenzione alla caduta di pietre dovute a passaggio di altre persone o animali.
Avvicinandosi alla cima iniziano delle tracce azzurre, insolite per indicare percorsi di montagna.
Le tracce obbligano il passaggio sulla sinistra dell'imbuto che porta al canalino, su erba intervallata da tratti di sfasciumi.
Si svolta a sinistra per entrare nel canalino, l'unico tratto in cui si usano le mani (la via è considerata di difficoltà F) per superare qualche salto.
L'uscita porta sul versante meridionale a un colletto dal quale in pochi minuti si può arrivare ai 2745 m della croce di vetta!
Dislivello: 750 m - Tempo impiegato: un ora e quarantacinque minuti.
Sul libro di vetta leggiamo che siamo i secondi ad aver messo piede sulla punta nel 2011... i primi ci hanno preceduto di 1 giorno...
Ecco la vista che si ha dalla croce...
Serra dell'Argentera + Monte Matto e tutta la cresta fino al Malinvern
Monte Matto
Serra Argentera
Cresta della Maladécia + Testa Gias dei Laghi + Malinvern
Sant'Anna
Panorama verso la Francia
Rocca la Meja + Monviso
E i sottostanti Laghi Francesi.
Per il ritorno abbiamo scelto di usufruire di un nevaio per una discesa più rapida e quindi abbiamo fatto una piccola deviazione.
Cima molto selvaggia e poco frequentata che ci ha reso molto contenti!
Dopo una settimana passata a svegliarmi alle ore 5:00, anche alla domenica...
La Rocca Provenzale è la montagna più caratteristica della Val Maira e si innalza al centro del Vallone del Maurin, sopra l'abitato di Chiappera.
Questa rupe, dalla forma di lama di coltello, prende il suo nome da un prete, don Agostino Provenzale, il quale per adempiere ad un voto portò sulla sua punta una croce di legno (da qui Croce Provenzale ed in seguito Rocca Provenzale), sostituita negli anni, ma di cui si possono ancora trovare i resti.
Ecco come appare dal punto in cui si lascia l'auto per cominciare il breve tratto di avvicinamento.
La via normale ha una difficoltà alpinistica stimata di grado F+ e si sviluppa per un dislivello di circa 750 m su ottima roccia che diventa molto scivolosa in caso di pioggia.
Percorrendo il sentiero GTA del Colle del Rui dopo un breve tratto ripido, mantenendo la sinistra, si sale seguendo i segni che conducono ad alcuni ripiani, prima, e poi ad un dosso che porta in direzione della cresta sud fino alla base della parete rocciosa.
Da qui inizia uno zig-zag, segnalato da tracce rosse, all'interno di piccole cenge fino al cosiddetto "Prato Stella".
Si prosegue, quindi, per il versante est su placche inclinate di I e II grado fino a raggiunger un piccolo ripiano. In diagonale, poi, ci si porta su un balconcino oltre il quale si supera una placca (II) fino a guadagnare nuovamente il filo della cresta sud.
Si percorre il tratto di cresta segnalato dalle tracce rosse. Da qui una nuova traccia porta, prima sulla destra, poi svolta a sinistra dopo aver superato un passo di II grado. Nuovamente in cresta si raggiunge una conca detritica. Ci rimane soltanto l'ascesa al castello sommitale, su rocce molto aeree, indicato dai libri come una facile arrampicata, senza tener conto dei precipizi a piombo sul fondo del vallone.
...e finalmente LA VETTA ai 2402 metri!
Un ringraziamento a Flavio per il materiali ed il supPORTO forniti.
La montagna l'ho conosciuta appena ho aperto gli occhi. La montagna famosa a dodici anni, quando fui ingaggiato come falciatore a Moena, sui pascoli alti, per poche lire all'ora. Rimasi affascinato da quelle enormi cime che spuntavano dai prati come i fiori. Si falciava tutto il giorno, circondati da lame di roccia scintillanti al sole come immense coti. Certe forme dolomitiche sono nate dai duelli tra Hurungnir e Thor. L'arma del primo era una cote che scagliava verso il nemico. Dove si conficcava era una montagna nuova. Le montagne sono belle perché hanno il vuoto attorno. Un vuoto che ci spaventa, forse perché rispecchia quello che abbiamo dentro. Le montagne comunicano il senso dell'irraggiungibile, del perfetto, del maestoso, dell'intoccabile. Ho scalato molte montagne, anche all'estero, in Groenlandia, in America, ma sono rimasto innamorato delle mie, dove sono nato e cresciuto. Andando in giro hoscoperto che le montagne del mondo hanno tutte una base e una cima, e il dolore degli uomini è sempre lo stesso. Adesso il mio motto è: - Conosci l'orto di casa tua e conoscerai l'India intera - . Chi non ha un orto contempli un geranio, sarà lo stesso. Oggi non frequento quasi più le montagne famose perchè sono diventate di moda, quindi caotiche. Alla loro base sorgono i più grandi parcheggi d'Europa. Ormai, su quelle vette cade neve colorata firmata da prestigiosi stilisti. Ma devo dire che la montagna mi ha regalato ciò che gli uomini, le donne, i genitori, non sono riusciti a darmi. Dalla montagna mi sono sentito compreso, ascoltato, degnato di attenzione. Qualche volta anche spintonato, ma sempre dopo essere stato avvertito. Anche oggi che ho passato i cinquanta, e il mio animo è diventato corteccia e le delusioni non mi forano più, perchè si spuntano sulla corteccia, quando le cose non vanno bene mi rifugio su qualche vetta. E' come fare visita a una amica, per avere un consiglio, per riflettere prima di fare sciocchezze per lasciare spegnere i fuochi che spingono al gesto impulsivo.
Vado su lungo una via facile, perchè quando si è tristi non si possono affrontare diffioltà e pericoli. Mi siedo sulla cima, fumo una sigaretta e dico: - Eccomi qua! A quel paese tutte le menate, le preoccupazioni, i pensieri - . Rimango qualche ora lassù in silenzio. Lo so, il mio è un limite, un problema di comunicazione, di rapporto col prossimo. Ma che ci posso fare? Ognuno ha le sue malattie e, di conseguenza, il proprio medico personale.
La natura, le montagne sono state la medicina, l'appiglio per non cadere. Ma, si può dire, di tutta la famiglia perchè anche mio padre e mio nonno andavano a guarirsi sulle cime. Dalle montagne ho avuto protezione e affetto. La scalata estrema è venuta dopo, ma non c'entra nulla, o molto poco, con l'amore per la montagna, con ciò che mi ha dato e continua a darmi.
Per me è la madre sulla quale giocano, si nascondono,cercano calore i suoi figli. Ogni tanto la mamma si stiracchia, respira, sbadiglia qualche bambino rotola giù. Qualche altro soffoca sotto la sua mole come un pulcino sotto la chioccia. Ma non è colpa di nessuno. Mi escono battute sarcastiche quando leggo o sento definire la montagna assassina. La montagna non è assassina, se ne sta lì e basta. Simo noi i killer di noi stessi, che non sappiamo vivere, che usiamo il profumo per l'uomo che non deve chiedere mai, che abbiamo dimenticato la carità, la riconoscenza, il rispetto, che distruggiamo la natura. La vita è un segno di matita, curvo e sottile, che finisce ad un certo punto. Per molti è lungo, per altri corto, per altri non parte nemmeno. La gomma del tempo verrà poi a cancellare quel segno.Di noi non resterà nemmeno il ricordo. E' giusto così. E allora perchè sgomitare tanto? Ho speso i giorni liberi dal dovere in compagnia delle montagne e della natura e mi sono trovato bene. Molto di più che con la gente. Perchè la montagna non è gelosa, né invidiosa, non cerca potere né vendetta. Né tradisce. per andare in montagna ho ridotto al minimo il dovere. Non ho accumulato soldi, non ho snaturato la mia vita nascondendomi sotto mucchi di orpelli inutili. Vivere è come scolpire, occore togliere, tirare via il di più, per vedere dentro. la montagna mi ha insegnato anche questo. Dopo due gioni di vagabondaggi senza cibo, una volta a casa, non è necessario che il tonno si tagli con un grissino per essere buono. La montagna mi ha fatto capire che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di ritrovarla con gli interessi. Mi ha aiutato a non essere troppo tonto, anche se un pò tonti si è tutti da giovani. Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si puo solo scendere. Saggio consiglio per non farsi prendere dai traguardi dell'ambizione lungo il segno di matita. Oggi non ho né rimorsi né rimpianti. E' andata così e basta. Forse sono un pò più saggio, o sto diventando vecchio. Ho usato la vita come una falce. L'ho battuta, arrotondata, senza paura di colpire il sasso nascosto tra l'erba. Ho reciso fiori ed erbe. Adesso la falce è mezza consumata. Ma taglia ancora il fieno delle montagne. Se tornassi indietro rifarei tutto. Ma indietro non vorrei mai tornare. Concludo queste righe con un pensiero di Fernando pessoa che tengo davanti al tavolo dove leggo, scrivo, e, per qualche ora, finita la bottiglia, dormo: - Quando l'erba crescerà sulla mia tomba, sia quello il segnale per dimenticarmi del tutto. La natura mai si ricorda, e per ciò è bella. E se avessero la necessità morbosa di "interpretare" l'erba verde sulla mia tomba, dicano che io continuo a rinverdire e a essere naturale - .
S.V. - Dopodomani ci sei per andare in montagna?-
N.T. - SI, CI SONO -
Riguardando le foto ancora non ci credo di aver portato finalmente Nicola Testa in montagna, la sua prima volta, si potrebbe dire la sua "iniziazione"...
Ok si parte MA dobbiamo essere di ritorno per le ore 13:15...
La voglia di andare è troppa nonostante i "paletti" siano molto restrittivi.
- Ho trovato! - Lo porto sul Mondolè, 2382 mt, percorso facile e soprattutto veloce da raggiungere e da completare, inoltre il meteo della vigilia sembra sorridere alla nostra idea!
Dimenticavo eravamo in tre: da Villanova di Mondovì una fedelissima Nebbia non ci ha più abbandonati fino in vetta e ovviamente tutto il ritorno.
Ore 7:45 si parte a camminare cercando di fiutare un sentiero che si riesce a vedere solo per pochi metri oltre il naso.
L'itinerario fino al rifugio Balma (1883 mt) si sviluppa su una strada sterrata ed è quindi privo di pericoli. Arrivati al rifugio comincia la salita vera e propria verso il monte. Si segue lo skilift che sale dritto verso le Rocche Giardina ed arrivati in cima lo si abbandona per proseguire sulla sinistra in direzione del versante Sud del Mondolè.
La traccia segue quasi in diagonale il versante orientale fino ad arrivare nei pressi delle Rocche di Seirasso. Da qui si continua sul versante meridionale con un percorso leggermente più impegnativo, per la scomparsa di un sentiero vero e proprio, al posto del quale troviamo solamente tracce bicolori, giallo e rosso. Ormai alle croce di vetta manca poco.
La raggiungiamo in pochi minuti. Da qui il panorama è eccezionale, a tal punto che ognuno vede qualcosa diverso dagli altri!
Nella foto sopra è rappresentato il panorama come lo vedeva la macchina fotografica, lo stesso per tutti e 360 i gradi!
Vabbè non importa vorrà dire che ritorneremo: per il momento lasciamo scritta una nostra traccia sul libro di vetta e ripartiamo per il fondovalle.